latest post_#09_04.02.23_reCODE_la macchina pigra

In Lector in fabula del 1979, Umberto Eco definisce la struttura testuale come una macchina pigra, che necessita del lettore per muoversi.

In questa prospettiva, assume un ruolo determinate il non-detto del racconto, che è la materia che viene utilizzata da chi legge le parole per attualizzarle nel e con il proprio vissuto.

Ragione per la quale se dico “prendo un bicchiere di vetro” tutti capiamo che ci riferiamo al contenitore, mentre se dico “prendo un bicchiere di latte” tutti pensiamo che ci riferiamo al contenuto.

Sappiamo infatti dalla nostra esperienza, che non esistono bicchieri fatti materialmente di latte, e quindi, anche se dal punto di vista dell’analisi logica le due frasi sono identiche e sembrano riferite a due materie di fabbrica alternative, il passato acquisito completa il testo e gli da un senso, attualizzandolo appunto.

E’ possibile immaginare dunque che ogni trasmissione tra persone sia definibile nel suo codice di invio e nella sua ricodifica di arrivo, distintamente e profondamente autobiografico.

Con le proprie specifiche, avviene anche nel nostro muoverci nello spazio, dunque tra noi e il mondo, e nella esperienza artistica, tra noi e un autore.

In architettura, puo’ essere interessante pensare al vuoto sotteso dal costruito come il non-detto testuale.

In questo caso, possiamo spingerci a pensare che in realtà, questa apparente assenza è proprio l’elemento veramente presente specifico e significativo, che Bruno Zevi definiva infatti irrappresentabile, ma solo sperimentabile.

E che quindi, un bravo architetto mentre traccia i muri, pensa in realtà al loro calco lasciato libero dalla materia fisica costruttiva, fatto invece di aria, luce, odori, ovvero quella parte di testo non scritto disponibile all’esperienza del corpo e dello spazio.

Infatti, con  Eco come con Italo Calvino e i meravigliosi Oulipisti (www.oulipo.net/), con la letteratura potenziale si arriva a postulare che l’opera puo’ essere già scritta e non solo fruita in forma aperta, ovvero pensata per offrire latenze e alternative di senso, sapendo di essere sempre e comunque oggetto di codifica e ricodifica.

Nell’attualissimo tema dell’ Intelligenza Artificiale, che sta scrivendo testi, producendo immagini e presto produrrà forme di architettura inevitabilmente, sarebbe interessante andare ad analizzare questo aspetto, ovvero se è possibile produrre in un algoritmo l’intenzionalità di una assenza come il non-detto, che deve essere infatti progettato come e piu’ del detto.

Potrebbe essere interessante valutare una intelligenza, naturale o artificiale che sia,  in relazione a cio’ che potrebbe fare non facendolo, ma in maniera mirata e specifica.

Un esempio di pigrizia involontaria nelle immagini in produzione automatica di Midjourney in questi mesi, sono gli errori (per noi che leggiamo naturalmente, non per l’AI che scrive), come ad esempio le mani che al momento il sistema proprio non riesce a fare.

Il moltiplicarsi delle dita in tutte le direzioni sono di fatto l’unico aspetto originale, perché la fioritura carnosa non è frutto di una acquisizione pregressa di mani polimorfe (nessuno glie le ha chieste), ma di un difetto di interpretazione, o meglio di una ricodifica mutante, che potrebbe essere simile ad una atto volontario interpretativo, non fosse prodotta invece da un limite e non da una capacità dell’AI.

Rendendola paradossalmente, in questo, molto, molto umana.