30 mesi fa il mondo si è fermato e si è chiuso in casa per molto tempo.
Non siamo usciti, non abbiamo lavorato, non ci siamo visti.
Miliardi di attori segregati tra le mura domestiche, con all’esterno una unica scena vuota grande come il pianeta.
Oggi il Covid è scomparso dai nostri discorsi, dai nostri ricordi.
A quanto pare, non lo abbiamo capito, prima, durante e dopo.
Restano invece le tracce ancora ignote nelle nostre vite, di chi se ne è andato, di chi si è ammalato, delle coppie esplose per troppa contiguità, dei singoli implosi per troppa distanza da sè stessi.
Le nostre solitudini dunque.
E le nostre case.
The Humans (Stephen Karam, USA 2021 su MUBI), è un film fatto forse di queste tracce, un compiuto post pandemic movie.
Girato come in tempo teatrale reale, una famiglia non giovane, normalmente infelice e disfunzionale, si vede per celebrare il Thanksgiving in un appartamento di NY vuoto e ancora da ristrutturare, dove si sta trasferendo una delle figlie.
Le vite lise e consunte, si muovono cercando conforto ma senza ascoltarsi, stizzite e dolenti più che altro dall’immagine di sè che viene restituita dall’altro.
Il rito del ringraziamento và fatto, ma è amaro quanto aggressivo, segregato e autistico come molti gesti della nostra quotidianità.
La casa è in un vecchio flat di muratura ed è buia e fessurata come le persone.
Ogni sorta di crepa, macchia, essudazione, sconnessione è esposta e denudata.
Tracce di mobili, oggetti e di vita che fu sulle pareti.
Vetri opachi, un tempo smaglianti, oscurano anziché permettere la visione.
L’esterno giorno è appena percepito, ed è un ritaglio di cielo residuo libero dei muri, come le chiostrine viste dal basso dei titoli iniziali.
Il gioco di Interiors non è evidentemente nuovo nel cinema, da Bergman a Kubrick a Greenaway, certamente richiamati in molti passaggi.
Ma la lettura pandemica, offre una chiave interessante di percezione del racconto.
Perchè l’impressione, è che nella compagnia recitante, sia scritturata anche la casa.
Che non è scena, nè metafora, nè contenitore, nè rappresentazione.
Ma è persona nel vero senso della parola, con i suoi umori, le sue perdite, le sue memorie.
Ha un suo vissuto, e una sua volontà, e un suo modo di stare su mentre tutto tende a consumarsi e perdersi, una ostinazione alla vita.
Le sue tubature, i bagni logori, echi e rumori che sono borborigmi di un vivente, malgrè tout.
Che dice che comunque ci ha provato a fare il suo, ci ha provato ad amare e proteggere, e anche se non ce l’ha fatta, sta ancora lì.
Umano, troppo umano.
