Il filosofo Byung – Chul Han nel suo libro “Le non cose, come abbiamo smesso di vivere il reale” (Einaudi 2021), prende di petto il tema del rapporto reale-digitale, soprattutto dal punto di vista dei cambiamenti della nostra percezione del mondo mediata dal bit.
Nel capitolo dedicato allo smartphone, ci ricorda che la parola oggetto viene dal verbo obicere, che indica una azione di opporre, contrapporre, obiettare.
L’oggetto reale dunque, ha la caratteristica di evidenziarsi offrendo a noi una resistenza, una negatività che è costitutiva dell’esperienza autentica del mondo.
Al contrario, l’oggetto digitale non possiede una resistenza, e quindi de-realizza il mondo riducendolo a solo informazioni (infomi).
Il digitale dunque s-corpora, è una ipo-fania, che si esprime attraverso uno schermo che si affaccia su uno spazio adimensionale.
Il quale, all’opposto degli oggetti transizionali (la coperta di Linus) che promuovono il rapporto empatico con l’altro, è uno strumento narcisistico e autistico, grazie al quale si percepisce soprattutto sé stessi.
L’analisi è interessante anche solo fermandosi al rapporto tra forma (smartphone) e funzione (digitale).
Ricordando soprattutto il precetto di affordance di Jobs, che volle per il suo Iphone un monolite inapribile, privo di texture tattili, e con un schermo nero fortemente specchiante, in modo da restituire i nostri volti sovrapposti alle app, per poterne confonderne i confini reciproci.
Non era facile realizzare una cosa per veicolare una non cosa.
Ma la genialità di Jobs, si è espressa proprio nella soluzione di questo crash logico, divenendo infine standard di mercato.
Anche se non ci sfugge il fatto che oggi, queste riflessioni sono già vecchie.
Poiché la de-realizzazione sta corrodendo anche questi involucri, avvicinandoli sempre piu’ al corpo stabilmente (smartwatch, oculus, google glass…).
Perché piu’ noi usciamo dal corpo per entrare nel metaverso, simmetricamente piu’ i device hanno bisogno di entrarci dentro.
Ironico.
Forse.
