#01_03.08.22_deep fields

Il telescopio Webb, ci sta inviando in questa arida estate, visioni della culla del cosmo, mai cosi lontane nel tempo e nello spazio.

Come ogni foto, questi scatti sono il diagramma di due posizioni, quella dell’osservatore e quella dell’osservato.

La posizione dell’osservatore, una specifica orbita ad un milione e mezzo di km da noi, è stata raggiunta dispiegando la meraviglia tecnica e tecnologica che naturalmente ci sovrasta e affascina.

La posizione dell’osservato, richiede invece un ragionamento di tipo diverso, che spesso viene dato per scontato, ma che in realtà, è anche esso frutto di un lavoro.

Non a caso, la parola obiettivo, che rappresenta la macchina che guarda ma anche la scena che è guardata, dimostra che tendiamo a sovrapporre e confondere i due dati dell’esperienza visiva.

In un bell’articolo sull’Atlantic di Marina Koren, scopriamo dunque che dietro la decisione del dove orientare l’occhio del telescopio, c’è stato un intenso dibattito scientifico.

Risolto da una intuizione  anticonvenzionale del capo missione Bob Williams, che già nel 1995 con la precedente missione Hubble, si era dimostrata esatta.

Ovvero che, contrariamente all’approccio classico degli astronomi di volgere lo sguardo dei costosi telescopi verso porzioni di cielo piene di pianeti e galassie per avere piu’ dati rapidamente, per catturare piu’ informazioni in profondità, bisognava fissare il vuoto.

Solo il vuoto infatti, consente alla luce delle stelle piu’ lontane di attraversare lo spazio ed arrivare a noi, non venendo coperte da oggetti, diciamo, in primo piano.

L’unico vincolo aggiuntivo, è il tempo necessario perchè le cose si rivelino.

Piu’ tempo osserviamo, piu’ le cose si avvicinano, e noi quindi, piu’ vediamo lontano.

Williams ha chiamato questo approccio “campi profondi”, deep fields.

Dimostrando che l’evidenza delle cose talvolta puo’ nascondere la realtà.

E l’improduttivo nulla, rivelarsi il piu’ fertile strumento di conoscenza che abbiamo a disposizione.